giovedì 26 luglio 2007

Arturo Mari (il fotografo dei Papi): quella volta in cui Benedetto XVI si tolse l'anello e suono' per me...


«Io, a mezzo metro dai miei Papi ho fotografo la loro anima»

Maria Pia Forte

Arturo Mari da cinquantun anni reporter ufficiale del Vaticano «Da Pio XII a Benedetto XVI, volevo dar voce a questi uomini di fede»
«Eravamo in montagna e il Papa era in vacanza, ma un pomeriggio gli ho detto
: “Santità, i papi non vanno mai in ferie, e qui c'è Arturo che fa il despota e vorrebbe scattarle qualche fotografia da dare alla gente”. Così l'ho ripreso mentre faceva le cose di tutti i giorni, passeggiava, lavorava alla sua scrivania, recitava il rosario. Poi ho buttato là: “Naturalmente ogni tanto lei suona il piano...”. Lui ha sorriso, si è tolto l'anello e si è messo a suonare per me».
Così Arturo Mari mi racconta come sono nate le foto che ritraggono papa Benedetto XVI seduto al pianoforte e che hanno fatto il giro del mondo, al pari di migliaia di altre da lui scattate. Foto come quella di papa Giovanni Paolo II che abbraccia un piccolo campesino messicano slanciatoglisi incontro superando ogni sbarramento – «Riuscii a fissare quei due volti vicini, quelle due paia di occhi sorridenti», dice con orgoglio – o quella di Paolo VI sulle rive del Lago Tiberiade in Terrasanta, o di Giovanni XXIII nel carcere romano di Regina Coeli...
Sono cinquantun anni che Arturo Mari è al servizio del Papa col suo obiettivo, anzi dei sei Papi succedutisi dal 1956 ad oggi. Classe 1939, questo signore dal volto massiccio è ufficialmente già in pensione, ma in realtà ha continuato finora a venire ogni giorno negli uffici del servizio fotografico dell'Osservatore Romano dove ci riceve. Nessuno qui vuole che se ne vada, ed egli stesso non si risolve a dare un taglio netto a un'attività che gli ha riempito tutta la vita: mezzo secolo senza mai un giorno di ferie né di malattia. «Adesso, però, lascio veramente – assicura – anche per parlare un po' di più con mia moglie, che ho sempre sacrificato...».
Mari è un uomo sorridente e alla mano, di poche e concrete parole, un genuino «romano de Roma», anzi un «borghiciano», ossia di Borgo, di quel poco che rimane del medievale quartiere capitolino raggomitolato a ridosso del Vaticano e sventrato per far posto a via della Conciliazione: lì è nato, all'ombra del Passetto, e lì abita tuttora. «Ho percorso mezzo mondo al seguito dei papi – racconta – ma in realtà non mi sono mai mosso da Borgo». Chissà se è stata l'assidua frequentazione dei pontefici ad avergli regalato questo sguardo dolce e pensoso, un po' malinconico, come proiettato oltre le forme visibili, e queste sue maniere pacate, quasi affettuose verso l'interlocutore. «La vita mi ha dato tutto – riconosce –: una bella famiglia e un lavoro appassionante a contatto con persone eccezionali». Una vita che, di Papa in Papa, ha subito una profonda evoluzione, di pari passo con quella della Chiesa.

Com'è possibile ricoprire per cinquantun anni un delicato incarico come il suo? Vuol dire cominciare da ragazzo...

«Sono stato una sorta di enfant prodige. Mio padre era un fotografo amatoriale e per evitare che io passassi il tempo in strada, mi piazzava nel laboratorio fotografico di una scuola a piazza Risorgimento. A 6 anni sapevo già tutto della fotografia. Mio padre, come già mio nonno, lavorava al Vaticano, e quando avevo 16 anni il direttore dell'Osservatore Romano, il conte Giuseppe Dalla Torre, fu colpito da alcune mie fotografie e volle conoscermi. Venni qui alle undici di mattina del 9 marzo 1956 e non ne sono più uscito. Fui assunto come fotocronista e assegnato a seguire il Papa».

Che allora era Pio XII. Che ricordi ne ha?

«Lo rivedo, quell'uomo alto e ieratico, un giorno in cui, entrando nella Basilica di San Pietro, spalancò le braccia, come nella fotografia che lo riprende nel quartiere San Lorenzo bombardato dagli Alleati: un gesto ampio, protettivo... Era un Papa che veniva dalla guerra. Altri tempi. Non usciva quasi mai dal Vaticano, e quando nel '57 andò a inaugurare il nuovo centro della Radio Vaticana a Santa Maria di Galeria, alle porte di Roma, sembrò che andasse dall'altra parte del mondo».

Dall'altra parte del pianeta lei ci sarebbe andato veramente con Paolo VI...

«Già. Con lui nel 1970 volammo fino in Asia Orientale e in Australia. E nel '64 eravamo stati a Gerusalemme, primo viaggio in aereo di un Papa. Atterrammo ad Amman, in Giordania. Che emozione. Era un uomo timido e schivo, e la gente l'ha capito poco, invece ha fatto tanto».

E, dato che stiamo passando in rassegna i suoi sei Papi, come ricorda il suo predecessore Giovanni XXIII?

«Era un Papa diverso dagli altri, capace di darti una pacca affettuosa sulla spalla. Ma dietro la sua bonarietà di modi era severo, intransigente sulle questioni di fondo. Con lui si cominciò a uscire di più dal Vaticano: inaugurò le visite alle parrocchie, andò all'Ospedale del Bambin Gesù, a Regina Coeli, si spinse fino ad Assisi e Loreto».

Dopo Paolo VI venne il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I.

«Sì. Gli feci alcune fotografie nei Giardini Vaticani, e una di esse, che lo ritrae di spalle mentre s'incammina in un viale, sembra quasi un malinconico presagio della sua fine imminente».

Qual è il pontefice che ha lasciato una più marcata impronta in lei?

«Senza dubbio. Giovanni Paolo II. Ho passato ventisette anni della mia vita e carriera proprio accanto a lui, in giro per il mondo. E quando per ventisette anni stai sempre a mezzo metro da una persona, diventi per forza partecipe della sua anima. Quello che ho vissuto al suo fianco non lo dimenticherò mai. Mi ricordo quella volta in cui, nel reparto oncologico del Bambin Gesù, una signora gli porse un bambino di pochi mesi, urlandogli disperata: “Salvalo, salvalo”. Il Papa lo prese fra le sue braccia, lo strinse, poi lo restituì alla madre, e questa sorrise. Sono scene che ti s'incidono dentro. E poi gli incontri con i lebbrosi, con gli abitanti delle baraccopoli, il contatto con tanta gente. Anche gli ultimi momenti di Papa Wojtyla li ho sempre negli occhi. Sei ore prima che morisse, il suo segretario mi chiamò. Fu un trauma rivederlo steso in quel letto, pieno di tubi. Aveva la testa girata, ma quando don Stanislaw gli disse “Arturo è qui”, si voltò verso di me e sorridendo mi sussurrò: “Arturo, grazie”. Nel suo sguardo c'era qualcosa di speciale, come se già vedesse qualcos'altro. Si stava preparando per un altro incontro».

Cosa ci può raccontare di Benedetto XVI? Com'è?

«Pieno di delicatezza e sensibilità. Appena eletto, quando mi ha visto mi ha fatto una carezza su una mano, come per rassicurarmi. È un lavoratore accanito: malgrado i suoi ottant'anni, non si riposa mai, a parte qualche passeggiata in giardino o il tempo di recitare il rosario. Il suo tavolo è sempre sommerso dalle carte. Nessuno sa quanto lavorino i pontefici: altro che vita da Papa! Tutti i problemi vanno a finire sulla loro scrivania. Stando vicino ai papi, ci si rende conto che sono uomini come tutti: uomini di fede. E soffro, quando vengono attaccati».

È per questo che le sue foto «parlano» alla gente, sanno cogliere sempre uno sguardo, un gesto, un momento particolare, per cui sembra di essere stati anche noi vicini al Papa?

«Per ottenere questo risultato, bisogna instaurare un'intesa con la persona fotografata, bisogna lavorare col cuore. Se non avessi lavorato così, a forza di riprendere cerimonie che si ripetono sempre uguali, avrei fatto solo una “zuppa”».

Il suo unico figlio, che si chiama Rugel Juan Carlos perché sua moglie è spagnola, è stato ordinato sacerdote nello scorso aprile da papa Ratzinger. È contento di questa sua scelta?

«Ne sono orgoglioso».

© Copyright L'Eco di Bergamo, 26 luglio 2007

Com'e' diversa questa intervista da quella fatta da Marco Tosatti ad Arturo Mari, qualche settimana fa.
Li' il nome di Benedetto XVI era volutamente omesso, qui c'e' tutta la carica umana del nostro Pontefice.
Che brutta cosa l'ideologia
...
Raffaella

1 commento:

Cindy ha detto...

Si Raffa davvvero una bellissima intervista!
Quindi amio giudizio bisogna distinguere tra giornalista e giornalista.
Quelli che hanno certe ideologie contrarie alla chiesa sarebbe giusto che si astenessero dal scrivere certe brutture. Non fa bene ne a loro( che a mio giudizio non ricavano nulla ) ne agli altri( che si fanno brutte idee di persone come Benetto tanto dolci e comprensive).
Sempre W Ben